“Troppe   crisi   per   il   dio mercato.

Non è che alla fine aveva ragione Karl Marx?”

“il Fatto Quotidiano” - 11 agosto 2023

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Presentiamo qui alcune nostre considerazioni sull’articolo apparso su “il Fatto Quotidiano” del 11 agosto 2023 “Troppe crisi per il Dio mercato. Non è che alla fine aveva ragione Marx?”  che  possono  essere  utili  per capire come ragionano i massimi dirigenti economici-finanziari del capitalismo

 

 

Molto interessante è vedere questi “guru” della finanza e dell’economia considerati menti eccelse nel loro mondo affaristico quando tutto in economia va bene, entrare in confusione quando insorgono le inaspettate crisi. Crisi che loro ‘menti eccelse’, ‘santoni’ della finanza non hanno saputo ne prevedere ne evitare.    

E’ in questi momenti, con fare non più arrogante, in fase depressiva e atteggiamento modesto che cominciano a ricercare, indagare, le ragioni della loro insipienza in questi imprevedibili profondi eventi. E incredibilmente appare loro Marx, riscoprono Marx che li può aiutare nel dilemma. Il tanto avversato e disprezzato Marx che però ha analizzato così bene e dettagliatamente il sistema capitalistico in tutti i suoi aspetti, anche le crisi.     

La loro speranza è: può questa analisi così precisa e ben dettagliata da Marx aiutarci ad evitare le crisi, così che l’accumulazione del capitale avvenga senza disastri? E cominciano a studiarsi e ad approfondire il “Capitale”: ‘salario’, ‘prezzo’, ‘profitto’, ‘sfruttamento’, ‘plusvalore’, ‘saggio di profitto’, ‘concorrenza’, ‘accumulazione originaria’, ‘profitto industriale’, ‘profitto finanziario’, e, ah, ecco: le ‘crisi’! 

E qui però ricevere una brutta, ma brutta notizia: le crisi nel sistema capitalistico sono ‘parte integrante del sistema stesso’, ‘imprevedibili’ e ‘inevitabili’. 

Il tanto da loro superdecantato e osannato sistema capitalistico-affaristico, che secondo le loro teorie può portare solo sviluppo e crescita, è anche causa di paurose crisi. Ma non solo; crisi che a cicli sono destinate inesorabilmente a estendersi su scala planetaria, fino al tracollo totale dei mercati, con seguenti vasti collassi e catastrofi economiche  sociali. E di seguito guerre per la conquista e spartizione dei mercati condotte da nazioni, nazioni e governi controllati dalle aziende. Il tutto, e qui arriva il botto finale, regolarmente confermato dalla realtà e sistematicamente comprovato dalla storia. Lo stato depressivo sale quindi alle stelle.   

A questo punto sull’argomento, è bene inoltrarci negli interessanti commenti che uno dei massimi quotidiani italiani, “il Fatto Quotidiano” del 11 agosto 2023 con il titolo Troppe crisi per il Dio mercato. Non è che alla fine aveva ragione Marx? riporta.    

E’ ‘Mauro Del Corno’ per il giornale che scrive: «”Ogni volta che il marxismo viene dichiarato morto e sepolto, ed è successo non so quante volte, si scatena l’ennesima ondata di crisi e le nuove generazioni riscoprono il valore di queste idee. In fondo non potrebbe essere diversamente, le contraddizioni del capitalismo generano crisi economiche, sociali, politiche e ambientali e ogni generazione che ne subisce le dure conseguenze cerca di comprenderle e ipotizzare una via alternativa”, spiega a  Fq Millenium  David Ruccio, professore emerito di economia all’università di Notre Dame ed autore del libro ‘Marxian Economics’».

Il marxismo viene dato per morto, ma le crisi che inesorabilmente colpiscono il sistema fanno riscoprire agli economisti l’analisi di Marx, essenziale per la comprensione del capitalismo. Nonostante si cerchi di screditare e accantonare Marx, alla fine è a lui che bisogna rivolgersi per capire il meccanismo in tutti i suoi aspetti e avversità.   

Prosegue l’articolo: «L’economista Vladimiro Giacché è uno studioso delle teorie di Marx ma la sua carriera professionale si è svolta sinora nel mondo dell’alta finanza. Prima a Capitalia e Banca Profilo al fianco del banchiere  Matteo Arpe, e ora responsabile della ricerca per Banca del Fucino. “Quando nel 2009 ho pubblicato un’edizione degli scritti di Marx sulla crisi” racconta a Fq Millenium, “mi sorprese l’interesse mostrato da Arpe, con cui collaboravo, e da Alessandro Profumo [uno dei massimi banchieri italiani. ndr]. Ma in fondo si trattava di una sorpresa ingiustificata visto che le teorie di Marx rappresentano un’analisi dell’economia capitalistica e sono utili a chiunque desideri capire le linee di tendenza, i trend economici di fondo, a maggior ragione di fronte alla scarsa comprensione delle radici della crisi  da parte dell’economia mainsteram, sia neoclassica sia neokeynesiana. La cosa paradossale, semmai, è che questi strumenti di analisi [marxismo, ndr] siano stati completamente dimenticati dalla politica”. 

Vladimiro Giacchè, economista e membro dell’alta finanza, quando nel 2009 nel pieno dell’allora crisi finanziaria, pubblica gli scritti di Marx, è sorpreso dell’interesse che mostrano i massimi banchieri sull’argomento. Ma in fondo dice, è logico l’interesse per l’analisi marxista, visto che è l’unico strumento valido per la comprensione delle “linee di tendenza” del sistema e le altre teorie ‘neoclassiche’ e ‘keynesiane’ non danno spiegazioni esaurienti, falliscono, nell’interpretazione dell’economia capitalista.

L’articolo si fa poi sempre più interessante e continua: «Dopo la caduta del muro 

di Berlino i libri di Marx sono passati dai salotti alle soffitte. Dal 2008 in poi si è però assistito ad un ritorno di interesse per le tesi del filosofo tedesco che, con alti e bassi, non si è mai spento. “I politici che cercano di capire il caos che segue il panico finanziario, le proteste e gli altri malesseri che affliggono il mondo farebbero bene a studiare un economista morto molto tempo fa: Karl Marx”, ha detto non molto tempo fa  George Mangnus, autorevole consulente economico del colosso bancario svizzero Ubs. Riviste insospettabili, tra cui l’Economist, hanno dedicato approfondimenti a queste teorie che sembrano attrarre in modo particolare i più giovani. Di recente il settimanale tedesco ‘Der Spiegel’  ha messo Marx in copertina domandandosi:  “Aveva ragione lui?”.

Tutta l’alta borghesia finanziaria europea riscopre nei momenti di crisi, l’utilità delle teorie di Marx. Per i giovani che guardano al futuro e vogliono capire, l’analisi marxista diventa ancora più attraente, interessante. 

L’autore dell’articolo, Mauro Del Corno, procede poi riportando che in Gran Bretagna la regina Elisabetta avrebbe chiesto agli economisti analisti: «“Perché non avete previsto la crisi”? E non una crisi ‘qualsiasi’, ma la più grande dai tempi del crollo del ’29”. Gli economisti non sono stati in grado di rispondere. Non hanno saputo rispondere semplicemente perché secondo i loro libri  quella crisi non doveva esserci. In molti hanno pensato e continuano a pensare che ad essere sbagliato sia il mondo e non le loro teorie. Qualcun altro ha però iniziato a porsi qualche interrogativo sulla validità delle tesi economiche dominanti. E a rileggere i libri di chi queste crisi le aveva previste e descritte benissimo, tra questi  Karl Marx.  Nella sua visione, il capitalismo è destinato inesorabilmente a generare crisi, su scala sempre più larga, per effetto delle sue contraddizioni interne. Così sino alla inevitabile implosione finale. Nessuna speranza che il mercato si autoregoli, semplicemente non è ha la capacità. E non bastano neppure sostegni esterni qua e là, convinzione che sottende invece alle teorie dell’economista inglese John Maynard Keynes».

Il commento alla domanda della regina che Mauro Del Corno autore dell’artico dà, è corretta e seria: “Non hanno saputo rispondere semplicemente perché secondo i loro libri  quella crisi non doveva esserci”.  Aggiungendo che,  la spiegazione va ricercata in chi  “queste crisi le aveva previste e descritte benissimo, tra questi  Karl Marx”. Il quale “Nella sua visione, il capitalismo è destinato  inesorabilmente a generare crisi, su scala sempre più larga, per effetto delle sue contraddizioni interne. Così sino alla inevitabile implosione finale. Nessuna speranza che il mercato si autoregoli, semplicemente non è ha la capacità”  Esattamente così.  Corretto Mauro Del Corno.  Bravo!

Interessante poi è la citazione: “In molti hanno pensato e continuano a pensare che ad essere sbagliato sia il mondo e non le loro teorie”. E’ una affermazione che si sente spesso tra i professori del mondo finanziario fanatici sostenitori del capitalismo, ed è veramente strabiliante nella sua stupidità. L’arroganza sarebbe: “io ho ragione, è la realtà che è sbagliata!”. In altre parole è come dire: uno scienziato in laboratorio a cui l’esperimento di continuo non riesce dice: “io ho ragione, sono gli elementi che sbagliano!”. Pazzesca la insipienza capitalista. 

E’ da riportare anche un’altra “stupidità capitalista”. Marx viene definito “filosofo”. Marx non è stato solo ‘filosofo’, è un rivoluzionario!  Un rivoluzionario pratico-teorico estremamente  attivo, che ha dedicato tutta la sua vita alla battaglia rivoluzionaria. Che ha dovuto per necessità rivoluzionaria, assieme ad Engels, approfondire notevolmente tematiche economiche, filosofiche e sociali, per dimostrare nella realtà tutta la necessità pratica della lotta comunista. Tutti  studi che dimostrano nettamente come l’umanità sia indirizzata e abbia bisogno di una società superiore, nel superamento del controverso capitalismo.

Per concludere. A noi marxisti le analisi di Marx non servono, com’è nello scopo dei banchieri e degli analisti dell’alta finanza, per capire come accumulare più soldi, come inutilmente diventare più ricchi. Assolutamente no.

Il sistema che è “destinato inesorabilmente a generare crisi su scala sempre più larga per effetto delle sue contraddizioni interne” manda nel ‘panico’ non solo gli addetti alla finanza, ma genera situazioni catastrofiche anche nelle masse. E il fatto che sarà  “così sino alla inevitabile implosione finale. Nessuna speranza che il mercato si autoregoli, semplicemente non è ha la capacità”  conferma che la lotta rivoluzionaria intrapresa da Marx e da noi con tenacia e sicurezza perseguita, è giusta e necessaria. Che l’umanità ha bisogno di una società superiore.

                                                                                             Claudio Piccoli


 

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IL NUOVO FALLIMENTO DEI VERDI/BÜNDNIS 90 

ESATTAMENTE COME NEI PRECEDENTI GOVERNI  SCHRÖDER (1998/2005)

Oggi tutto si ripete proprio come negli anni 2000: tante

promesse  ecologiche  e pacifiste,  che naturalmente nel

capitalismo non possono essere mantenute.  

 

Siamo sempre alle solite, la caratteristica dei Verdi è pomposamente  promettere sempre grandi cose. Promettono miglioramenti ecologici: arrivati al governo aumentano però le tasse con la scusa dell’ecologia. Così è stato nel 1998/2005, così è adesso nel 2023. Promettono pace, disarmo, antimilitarismo: arrivati al governo aderiscono invece a guerre, aumentano spese militari e inviano armi e soldati nelle zone calde di guerra: così è stato nel 1998/2005, così è adesso nel 2023. Promettono più benessere, più aiuti sociali e sostegno alle famiglie, ma il tutto rimangono solo parole vuote. Vogliono definirsi corretti, puri, incorruttibili: sono coinvolti invece in banali scandali e clientelismi, esattamente come gli altri partiti.

I verdi ecologisti sono questi: opportunisti, grandi e veri opportunisti. E non si vergognano, così è stato nel 2000, così è oggi.  

Questi dilettanti politici borghesi allo sbaraglio pensano di poter facilmente promettere grande cose, dire tutto quello che vogliono e poi tranquillamente fare tutto il contrario, convinti che le persone non se ne accorgano. Sono solo sprovveduti opportunisti borghesi, dilettanti dell’ultima ora, senza futuro, come tutti i partiti Verdi in tutte le nazioni.  

Però il non mantenere le promesse porta a conseguenze, che si pagano.  E poi la crisi arriva, implacabile. Così è stato nel lontano 2000, così è anche oggi nel 2023.

Nel 2005 a seguito della profonda crisi e seguente crollo, sono poi quasi scomparsi, ora verosimilmente faranno la stessa fine.

LE CRITICHE MOSSE AI VERDI.

RIAPERTURA CENTRALI  A CARBONE. L’onda di sostegno dei socialmedia a Greta Thunberg e al “Fridays for Future” ha ovviamente portato forti benefici elettorali al partito dei Verdi/Bündnis 90 in Germania, facendo lievitare i suoi voti 

alle elezioni. L’entrata dei Verdi/Bündnis 90 nel governo Scholz ha aperto quindi grandi speranze ecologiche, sia nel movimento “Fridays for Future” che nell’elettorato ecologista in generale. La speranza degli attivisti era che i Verdi avrebbero mantenuto le loro promesse sull’eliminazione dei combustibili fossili. Ma da subito è stato chiaro che non sarebbe stato così, quando il ministro per l’ambiente e allo stesso tempo dirigente dei Verdi, Robert Habeck, annunciava nel 2022 la riapertura della miniera di carbone di Lützerath, fissando la futura politica del governo, tutta l’opposto di quanto il partito dei Verdi avevano promesso in campagna elettorale. A seguito sono state riaperte sul territorio tedesco altre 200 centrali a carbone. Si può immaginare la forte disapprovazione degli attivisti seguaci di Greta, con l’assalto a numerose sedi dei Verdi/Grünen90 nelle varie città tedesche, che la delusione dei votanti, che hanno visto le loro speranze andare letteralmente “in fumo”.

LO SCANDALO GRAICHEN. Patrick Graichen è un esponente di spicco del partito dei Verdi/Bündnis90 ed era sottosegretario “all’energia verde” nell’attuale governo Scholz. E’ accusato di aver favorito un’associazione ONG in cui fa parte la sorella. Queste ONG (Organizzazioni non Governative) sono spesso carrozzoni clientelari mangiasoldi dove i vari politici vi inseriscono i loro famigliari, amici e elettori influenti così da assicurarsi i loro voti. In incognito, in tutte le nazioni, ve ne sono a migliaia con diversi nomi e finti scopi (Centri studi, Fondazioni, Circoli Ricreativi o Culturali, Centri Ricerca, Aiuti ai paesi poveri, Sostegni religiosi, ecc.). Graichen è stato “beccato” lo scorso novembre 2022 ad approvare e poi firmare un “Progetto” (verosimilmente del tutto inutile) del costo di 600.000 euro a favore della ONG Bund, dove appunto vi lavora la sorella. Il che ha sollevato uno scandalo che ha investito tutta la Bundesrepublik.

SOSTEGNO ALLA GUERRA IN UCRAINA E INVIO DI ARMI.  All’opposizione i Verdi/Bündnis90 si sono sempre contraddistinti per essere strenui pacifisti, contro le guerre e contro le armi, raccogliendo i voti di elettori di questo orientamento politico che hanno riposto in loro le loro speranze. Ma Annalena Bärbock, massima esponente dei Verdi assetati di potere, si è fatta eleggere ministro degli esteri nell’attuale governo Scholz. Una posizione molto delicata in una società capitalista imprevedibile, piena di scontri e guerre.

Infatti con lo scoppio della guerra in Ucraina i ministri Verdi hanno dovuto subito rinnegare le precedenti posizioni pacifiste, prendendo  invece posizione a favore di uno dei due contendenti in guerra, l’Ucraina per l’appunto, inviando incessantemente armi all’esercito ucraino.

In Germania l’avversione alla guerra in Ucraina è molto forte, e molti dell’elettorato pacifista che hanno votato il partito dei Verdi/Bündnis90 vedono in questo un tradimento, abbandonando il partito, il sostegno e il voto.

Queste le grandi problematiche che attanagliano i Verdi nella Bundesrepublik. A questo bisogna poi però aggiungere anche il problema legato al forte aumento dei prezzi dovuti alla guerra, in cui il governo, nel quale i Verdi appunto fanno parte, viene accusato di “non far niente” contro le speculazioni, generando un forte malcontento generale che investe tutti i partiti di coalizione governativa, Verdi inclusi, con perdita notevole di consensi.

Messe tutte assieme queste tematiche: “aperture centrali a carbone”, “corruzione e scandali”, “sostegno guerra in Ucraina”, “passività contro le speculazioni all’aumento dei prezzi”, ecc. stanno portando il partito Verdi/Bündnis 90, che aveva raccolto i suoi voti proprio su promesse tutte al contrario, ad una crisi profonda, e molto probabilmente, come nei primi anni 2000, al collasso.

Nella società dei capitalisti è molto pericoloso fare grandi promesse per raccogliere voti, che poi non possono essere mantenute. Il tutto si traduce in un boomerang politico portando le persone a perdere la fiducia. Noi marxisti siamo concreti e realisti: il cambiamento climatico, la fine delle guerre, l’eliminazione della corruzione, la vita dignitosa e benestante per tutti e così via è possibile solo con l’abbattimento del capitalismo. Per questo ci organizziamo e prepariamo.

LA “TASSA ECOLOGICA”

 

 

COSA HA PRODOTTO LA LOTTA “Fridays for Future”?

RIDUZIONE DELLL’INQUINAMENTO? NO ! 

MENO   COMBUSTIBILI   FOSSILI ?  NO!

MA  L’AUMENTO  DELLE   “TASSE ECOLOGICHE”  CON 

IL PRETESTO DI COMBATTERE  LA  CO2, QUESTO SI !

 

E’ CIO’ CHE E’ SUCCESSO PROPRIO ANCHE CON I GOVERNI “VERDI” SCHRÖDER (1998-2005). NON SOLO NON HANNO PORTATO NESSUN BENIFICIO ECOLOGICO, MA ANCHE ALLORA, COME OGGI, IL LORO UNICO RISULTATO E’ STATO L’AUMENTO  DELLE “TASSE ECOLOGICHE”.  

 

E’ la solita farsa ecologica, perfino noiosa se non fosse disgustosa. In tutti i governi i cui i Verdi sono stati e sono presenti, il risultato è sempre lo stesso: mai un “miglioramento ecologico” o una diminuzione di “agenti inquinanti” o soppressione di “combustibili infestanti”: ma sempre (veramente sempre) L’AUMENTO DELLE TASSE, con il pretesto di “combattere l’inquinamento” che poi ovviamente non si avvera mai. 

E oggi, con i Verdi al governo, l’ennesima conferma: il governo “Ampel” (semaforo) della Bundesrepublik introduce dal gennaio 2024 la nuova “tassa ecologica”. Il tutto mentre le agenzie di tutto il mondo riportano il totale fallimento delle “politiche ecologiche”  intraprese (forse) dai vari governi, dopo addirittura averle pomposamente stabilite all’ONU. Fallimento che il governo tedesco e i socialmedia germanici si guardano bene dal citare per non “screditare” il nuovo peggioramento fiscale ecologico. 

IN CHE COSA CONSISTE LA NUOVA “TASSA ECOLOGICA”. E’ l’articolo del “tageschau.de” (sito ufficiale del governo) del 31.12.2023 con il titolo “Cosa rende più costoso l’aumento della CO2” che ci illustra come opereranno le nuove misure penalizzanti.

Colpevolizzare i consumatori.

Per far accettare la nuova tassa, la tattica ipocrita dell’esecutivo dell’imperialismo tedesco è far credere ai cittadini di essere loro i responsabili dell’aumento della CO2. Così l’articolo del “Tagesschau”: L'idea è questa: chi soffia molta anidride carbonica nell'aria paga una sorta di "tassa sull'inquinamento" che viene calcolata sul prezzo della CO2 e riscossa ogni volta che si consuma gas naturale, GPL, petrolio o carbone. Con il nuovo anno, questo prezzo per tonnellata aumenta da 30 a 45 euro”.

Domanda: qual’è la famiglia o la persona che per vivere, cioè per riscaldarsi, cucinare, usare l’elettricità, o viaggiare in macchina o in bus o in metropolitana non usa strumenti o mezzi che consumano gas naturale, GPL, petrolio o carbone”? Praticamente tutti! Perché anche la semplice elettricità proviene da centrali che funzionano con “gas naturale, GPL, petrolio o carbone”, emettendo sempre CO2. Pertanto il trucco o l’imbroglio sarebbe: se una persona non produce CO2 è esente dalla nuova tassazione, ma visto che tutti, ma proprio tutti, devono usare mezzi che provengono da sistemi che emettono CO2, la nuova penalizzazione riguarderà in pratica ogni cittadino.  

Anche l “ecologia” quindi nel perverso capitalismo, con la complicità dei Verdi, è un buon pretesto per tassare le masse salariate. E’ evidente.      

L’articolo del “Tagesschau” entra poi nel dettaglio: L'aumento dei prezzi colpisce tra l'altro tutte le persone in Germania che guidano un'auto con motore a combustione. L'ADAC prevede che il prezzo di un litro di benzina aumenterà di 4,3 centesimi, mentre il prezzo del diesel potrebbe addirittura aumentare di 4,7 centesimi. L’articolo si “dimentica” appositamente di precisare però, che anche le macchine elettriche subiranno l’aumento, visto che, come detto, l’elettricità viene prodotta da centrali a gas naturale, GPL, petrolio o carbone” (in Germania con il governo “Sinistra-Verde” Scholz sono state riaperte tutte le centrali a carbone che producono elettricità: più di 200). Prosegue poi il “Tagesschau”: Ma non solo: chi riscalda con il gas naturale, al prossimo conteggio dei costi di riscaldamento troverà almeno un aumento. L'imposta sulle emissioni di CO2 per 

una famiglia di quattro persone che consuma 20.000 chilowattora di gas all'anno dovrebbe essere aumentata di 52 euro, a 162 euro. Per quanto riguarda l'olio combustibile, secondo il portale di confronto Verivox, per un modello di bilancio, 95 euro in più sono dovuti”. Prosegue poi l’articolo spiegando che, da questa “tassa ecologica” saranno esenti le case singole di campagna che hanno i propri pannelli solari. Ma precisiamo noi: se si valuta che nella nazione tutte le industrie, nelle enormi città tutti i palazzi, gli edifici vari e così via, questi pannelli solari non ce l’hanno, sarà solo una piccolissima parte di famiglie (forse il 5%) nel paese che ne saranno esenti, il resto sarà colpito dalla nuova tassa.

Il comico è che poi il “Tagesschau”, senza rendersene conto, avverte che questa nuova imposizione fiscale potrebbe addirittura favorire la “speculazione”. E nel capitolo I prezzi dei rifiuti potrebbero aumentare” precisa: “Il ministero federale dell'Economia afferma che ‘ci si può aspettare che questi costi si ripercuotano sui prezzi al consumo, rafforzando così le tendenze inflazionistiche’. Ciò è giustificato dal fatto che la produzione di energia da rifiuti [che produce molta CO2 - ndr] è attualmente "altamente redditizia". Alcune società di gestione dei rifiuti hanno già annunciato aumenti dei prezzi per il nuovo anno, che potrebbero ammontare a 20-30 euro per famiglia”.

Nel perverso sistema capitalistico, dove i ricchi diventano sempre più ricchi, con  parlamenti nemici dei salariati, dove governi marionette cercano sempre pretesti per far pagare i lavoratori, anche l “ecologia” diventa un ottimo mezzo per aumentare le tasse. Gli ipocriti partiti “Verdi” contribuiscono a questo gioco. E i giovani ecologisti, totalmente ignari sul funzionamento del perfido sistema vengono attirati e usati per il raggiungimento di questi scopi. 


 

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IL BIZZARRO DONALD TRUMP

AL SERVIZIO DELL’IMPERIALISMO AMERICANO

Per capire gli stravaganti eccessi politici di D. Trump è fondamentale conoscere la sua personalità.

Trump non è un politico. Si è buttato in politica (a parte il tentativo elettorale del 2000) in tarda età, a 70 anni, presentandosi nel 2016 per la campagna elettorale presidenziale americana. Lui è un imprenditore, un affarista, quindi nei decenni ha maturato in se la logica dell'impresario (Tycoon) e ragiona e agisce come tale, pensando che anche nel mondo politico le cose funzionino più o meno in questa maniera. A lui non è così chiaro che l'agire di un politico per forza di cose  è diversa da come lui pensa.

Trump sicuramente prima di presentarsi alle presidenziali del 2016  per molto tempo ha osservato  attentamente i politici: come agiscono, cosa pensano, e come funziona il meccanismo elettorale, quindi senza averlo mai praticato si è fatto convinto di conoscerlo. Ma il mondo della politica è un mondo a se stante, particolare, molto complesso e molto diverso dall’imprenditoria.

Per un politico professionista avere una lunga esperienza pratica è fondamentale per conoscere e capire tutti i segreti, gli aspetti e i dettagli, anche i più complessi, di questa controversa professione. L’esperienza è soprattutto indispensabile per interpretare correttamente ciò che in questo ambiente “viene detto”, ma soprattutto ciò che “non viene detto”, che spesso è la cosa più importante. Osservare quindi solo dall’esterno, come ha fatto Trump, lui ha potuto vedere solo quello che i politici professionisti vogliono far vedere e sapere, ma certamente non tutto, e spesso come detto,  cose molto importanti.    

Pertanto anche nel mondo politico, chi “non è professionista”, ha delle “insufficienze”, delle “mancanze”, che si manifestano, insorgono quando un problema inaspettato, non calcolato, si presenta. La reazione logica perciò dell’inesperto in queste situazioni è l’improvvisazione. E questo spiega le bizzarrie comiche del Donald quando si è trovato di fronte ad eventi imprevisti o per lui particolarmente difficili.     

La struttura mentale di Trump è perciò da imprenditore. Significa che lui, come tutti gli imprenditori, si rapporta con le persone e con le masse da “manager”: lui comanda e da ordini, gli altri eseguono, devono ubbidire. Diverso è invece l’atteggiamento del politico professionista: sempre diplomatico, flessibile e accondiscendente. Perché lui come esecutore della borghesia deve, ed è abituato, a “persuadere” le persone, con diplomazia deve “raggirarle” e “circuirle”, in situazioni che per convincerle deve dire sempre “una mezza verità”, mai dare comandi secchi, neanche con i collaboratori più stretti. E’ così e solo così, che il politico borghese può servire gli interessi degli imprenditori, interessi direttamente contrastanti con gli interessi delle masse sfruttate, dalle quali però il politico borghese dipende per avere i loro voti. Questo il profilo del politico professionista  dei capitalisti.

E un professionista politico della borghesia sa che può anche perdere, lo mette nel conto. Sa che deve accettare le sconfitte, visto che deve costantemente raggirare le persone, le quali prima o poi si stancano delle sue scemenze e perdono la fiducia in lui.

Ma Donald invece no, non sa perdere. Da affarista di successo - esattamente come il suo collega italiano Berlusconi - è abituato a vincere. E vincere nel mondo degli affari significa corrompere, dirigere, elargire tangenti, immischiarsi in sotterfugi. Significa prendere decisioni improvvise, dare ordini precisi e puntare tutto su se stesso, in qualsiasi momento e a qualsiasi costo. E questo è il profilo di Donald Trump.

TRUMP IN POLITICA. E’ su questi presupposti soggettivi che Trump quando nel 2016 si presenta sulla scena elettorale alle presidenziali, ha già definito la sua strategia, sia in politica interna che in politica estera.

In politica interna la sua tattica per vincere voti, molti voti, è presentarsi come estremo razzista e convinto antistatalista. Il che ha funzionato egregiamente.

In politica estera si presenta come nemico radicale contro Russia, Cina, Iran, Venezuela, ecc. in pratica contro tutti quei paesi che allora venivano considerati “nemici” o “concorrenti sgradevoli” degli interessi USA.

A elezioni vinte e diventato presidente, è stato subito chiaro la politica che avrebbe intrapreso per favorire l’imprenditoria americana: esattamente come espresso in campagna elettorale, attivarsi per “emarginare”, “indebolire”, “fiaccare” sulla scena internazionale i concorrenti Russia, Cina, Iran, Venezuela, applicando il suo noto slogan “Make America great again” (“facciamo di nuovo L’America Grande”).     

Uno slogan non casuale, ma dovuto al fatto che l’imprenditoria Usa nel prossimo futuro dovrà fare i conti con l’ormai famosa e dirompente ascesa (e quindi concorrenza) dell’imperialismo cinese e suoi alleati,  in una futura situazione di “sorpasso” dell’economia cinese su quella USA e conseguente “relativa perdita di potenza americana”.       

Da solo però l’imperialismo Usa non ce la può fare ad arginare, contenere, la notevole potenza crescente dell’altrettanto imperialista Cina. La borghesia americana cerca quindi alleati. E sta costituendo un’alleanza stretta con le borghesie europee e Giappone. Già Obama per isolare la Cina e unirsi più stretto ai suoi alleati aveva istituito il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea  e Stati Uniti d'America - e il TTP (Trans-Pacific Partnership) un accordo sul commercio internazionale rappresentante di dodici paesi – tra cui Stati Uniti e Giappone.  Trump come presidente ha ritenuto questo insufficiente e ha adottato un’altra politica. Per costringere le borghesie europee ad una alleanza più salda con gli Stati Uniti sia politica, che commerciale, ma soprattutto militare nella NATO - visto che gli europei erano 

riluttanti - come ricatto ha minacciato (e anche in parte attuato) l’introduzione dei noti forti  rialzi doganali sulle merci europee importate e poi vendute negli USA se gli europei non avessero accettato di innalzare le loro spese militari NATO (allora molto basse) al 2%. E poi di seguito costringendoli, sempre dietro ricatto dei dazi, a seguire Washington nel sospendere il commercio con lo “stato canaglia Iran”, e introdurre dure sanzioni e dazi verso Russia e Cina.

L’effetto è stato il rafforzamento, il rinsaldare la cooperazione sia economica e politica, ma soprattutto militare USA-Europa (e Giappone), dove Washington ne svolge il ruolo di leader e traino, e praticamente facendo sparire le veemenze europee di un esercito europeo. Il tutto, alla fine, con la piena riuscita dell’intento.            

Un certo tipo di stampa affermava allora che Trump favoriva la Russia. Non è vero, non corrisponde a realtà. I dati evidenziano che la Russia durante l’Amministrazione Trump, ha dovuto subire così tante dure sanzioni e ritorsioni come non mai.    

Adesso Biden sta continuando nella politica estera intrapresa da Trump, esattamente e senza modificazioni. Con l’aggiunta per Biden, che l’inattesa guerra in Ucraina gli ha fornito la possibilità di accelerare notevolmente, rafforzare ancor più l’alleanza USA-Europa, soprattutto militare, nel ruolo predominante della NATO, ma anche politicamente.   

TRUMP IN DIFFICOLTA’. Tutto liscio per il Donald, tutto bene come previsto. Fino a quando non sono arrivati gli imprevisti, gli inconvenienti. E qui sono cominciati i guai.      

In primis, enorme, troppo grande per lui come “non-politico”:  la pandemia Covid. Ovviamente non l’aveva ne preventivata, ne calcolata. Nessuno poteva preventivarla ne prevederla. Ma un politico professionista esperto l’avrebbe affrontata con competenza. Lui ha dovuto improvvisare.      

E il suo istinto non professionale gli ha detto di dargli contro, di non accettarla, di sottovalutarla, come se non esistesse. Non di gestirla, come invece fatto nei paesi di tutta Europa, e poi in Cina e poi in tutto il mondo. E qui è stata la sua catastrofe, la rovina. E il più di mezzo milione di morti americani che da ciò ne è scaturito, con conseguente rabbioso attacco dei media, dei democratici e della popolazione, gli è costato la perdita delle elezioni.

Ma anche adesso in sconfitta elettorale, la sua struttura mentale da imprenditore abituato a vincere imbrogliando e corrompendo (Wikipedia riporta che Donald Trump fino ad adesso, nella sua vita ha dovuto subire più di 4.000 processi di tipo economico) gli dice che gli avversari hanno potuto vincere solo imbrogliando e corrompendo. Quindi di non accettarla. Ridicolizzandosi in tutto il mondo.  Questo il profilo politico psicologico di Donald.

TRUMP E LA NUOVA CAMPAGNA ELETTORALE. Ora Trump è a lato della scena e sta preparando il suo ritorno. Anche qui sta improvvisando.

E’ noto nel mondo parlamentare come la lotta politica sia condotta anche con la magistratura, con i giudici, gli avvocati, gli scandali. L’italiano Berlusconi ne sapeva qualcosa. Quindi i nemici politici di Trump (democratici, giornalisti e alcune grandi multinazionali) viste le sue bizzarrie, scorrettezze, mezze truffe e la faccenda dell’assalto al Capitol Hill, lo stanno aspettando in campagna elettorale preparandogli la trappola dei processi, denigrazioni, incriminazioni, delle condanne, così da demolirlo nella credibilità e fargli perdere le elezioni. Nel perverso mondo politico borghese questa non è eccezione, si badi, ma normalità. Non c’è da meravigliarsi ne scandalizzarsi  perchè avviene in tutto il mondo e chi in questa lotta è colpito dai processi e dagli scandali di solito si dimette, si ritira subito.

Ma il Donald no, lui è un duro. Da tenace imprenditore abituato a vincere, proprio come il suo collega Berlusconi, non molla, tiene duro, accetta la sfida, è convinto di vincere.

E da non competente come imposta la sua campagna elettorale? Da “perseguitato politico”. Esattamente come sperano i suoi avversari politici. 

Naturalmente  da inesperto non si rende conto che i vari processi che i democratici con i loro giudici di proposito per lui stanno pianificando cosicchè avvengano proprio durante la campagna elettorale, hanno lo scopo di screditarlo, farlo apparire agli occhi dei votanti come un imbroglione, un terrorista (assalto Capitol Hill ), evasore fiscale, molestatore di donne (Jean Carroll) ecc, per presentarlo totalmente inaffidabile, non credibile, come presidente conduttore di una nazione. E magari condannarlo all’ultimo momento con l’interdizione dai pubblici uffici, così che non possa neanche risultare eleggibile.     

Verosimilmente si può quindi ipotizzare che la prossima campagna elettorale americana sarà molto caratterizzata dai procedimenti penali contro il Donald, e forse con relative condanne. Sarà molto difficile per lui presentarsi (come da foto segnaletica della polizia, sopra) come perseguitato politico, paladino della giustizia, della correttezza, del buon governo. La stampa nazionale andrà a nozze presentandolo come truffatore, con giudici (magari democratici) che lo perseguitano.

Concludendo: per i lavoratori che sia Trump o Biden o qualsiasi altro presidente a governare non cambia assolutamente nulla. Così come non è cambiato assolutamente nulla tra i governi Merkel e Scholz.   

Noi lo affermiamo e lo ripetiamo da sempre: i politici, i governi, i parlamenti, lavorano tutti per i capitalisti. Lavorano affinché i ricchi diventino sempre più ricchi, per le guerre, per lo sfruttamento dei lavoratori, per l’allargamento del lavoro precario, contro salari e pensioni


 

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SCIOPERI: LO STATO SEMPRE CONTRO I LAVORATORI

Il ministro dei trasporti Wissing:  “modifiche al diritto di sciopero devono essere analizzate" - tagesschau.de ” 

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IL MARXISMO:

 

“Ed è proprio in questo incessanti scontri e lotte tra proletariato e capitalisti che i fatti concreti evidenziano come i governi e i parlamenti, durante questi scontri si pongono sempre, ma sempre, a difesa dell’imprenditoria e del capitale, anziché difendere i lavoratori in lotta (nonostante siano quelli che li votano). E questa è l’evidente prova del ruolo servile dei politici ai capitalisti”. 

(“IL RUOLO BORGHESE DEI POLITICI” - Der kommunistische Kampf - 23 dic. 2023).

 

ED ECCO anche con lo sciopero dei macchinisti arrivare

L’ENNESIMA CONFERMA alla corretta analisi marxista.

 

E’ un classico: appena  i lavoratori per difendere i propri interessi cominciano a scioperare intensamente, stato, governo, partiti e industriali assieme, si schierano contro di essi.

Oggi è lungo e il duro sciopero dei macchinisti della GDL che conferma questa procedura. Lottano per “ridurre l’orario da 38 a 35 ore”, “aumenti del salario eroso dall’inflazione”, per migliorare le “norme sulle ferie” e sulla “durata del contratto collettivo”.

Giuste rivendicazioni in una società borghese dove i ricchi beneficiano di una vita estremamente agiata, mentre i lavoratori devono lavorare duramente per averne almeno una decente.

Il governo sinistra/verde tedesco potrebbe quindi senza grossi problemi prelevare un po’ di soldi dai miliardari per soddisfare le richieste dei lavoratori. Invece no!       

Ma non solo non toglie soldi ai ricchi per darli ai lavoranti, ma si attiva per limitare loro il diritto di sciopero, strumento che permette loro di difendersi dai rabbiosi padroni. Così il Tagesschau del 12 marzo 2024: “Richieste di inasprimento del diritto di sciopero provengono dalla politica, dalle associazioni dei passeggeri, e soprattutto dall’economia”. Ecco chiarito da dove proviene la richiesta di ridurre il diritto di sciopero: dagli imprenditori soprattutto, con poi a seguito naturalmente i loro lacchè politici. Ma si noti, non una parola da parte del Tagesschau (portale e portavoce del governo sinistra/verde) sul fatto che i miliardari imprenditori di soldi ne hanno a non finire e vivono nel benessere più sfrenato, quindi potrebbero senza nessun problema soddisfare le richieste dei lavoranti.

Prosegue poi il Tagesschau:  “Steffen Kampeter, direttore generale della confederazione delle associazioni dei datori di lavoro tedeschi ha chiesto una legge sulle controversie industriali che preveda termini di preavviso, norme arbitrali e periodi di riflessione adeguati”. Tutte norme infatti, che per il portavoce degli industriali hanno lo scopo nella pratica di frenare, ridurre il diritto di sciopero.

Quindi industriali e politici, tutti uniti contro i lavoratori.

 

MAI E POI  MAI  E’ SUCCESSO CHE  UN GOVERNO ABBIA SOSTENUTO O SOSTENGA

I LAVORATORI IN SCIOPERO,

CHE LOTTANO PER I LORO DIRITTI !

 

Questo potrebbe sembrare un’assurdità, visto che parlamentari e partiti vengono votati dalle masse dei lavoratori. Ma se non è così, vi è un preciso motivo. 

E risiede nei fatti concreti, sul vero funzionamento della società borghese diretta dietro le quinte dai capitalisti.

Con politici che a parole si dichiarano indipendenti, liberi, e sostenitori dei lavoratori, ma che in pratica sono al servizio di industriali e banchieri, i quali finanziano loro massicciamente le campagne elettorali, soldi senza i quali non possono vincere le elezioni e arrivare di seguito al governo.

Nel capitalismo il trucco delle elezioni funziona così: i lavoratori votano, ma poi chi decide sono altri, cioè i capitalisti. E questo spiega il perchè quando i lavoratori scioperano i governi si schierano sempre automaticamente dalla parte dei ricchi imprenditori. E come la storia si ripeta continuamente.

Il capitalismo non è la società dei lavoratori, è chiaro. Si chiama non a caso “capitalismo” perchè è la società “dei capitalisti”, coloro che nell’ombra controllano e dirigono i governi, i partiti, i parlamenti.

I lavoratori hanno bisogno di un’altra società, superiore. Su questo bisogna senza sosta battersi.

CON I PROLETARI IN  PALESTINA,

CON  I   PROLETARI  IN   ISRAELE,

CONTRO    I    CAPITALISTI,

CHE CAUSANO LE GUERRE

“Il nemico è in casa nostra!”

 

Dichiararsi dalla parte della “Palestina” o di “Israele” non ha alcun senso.

Le nazioni sono suddivise in capitalisti e proletari. Gli uni si scontrano e lottano contro gli altri.

Da una parte i capitalisti che dirigendo gli stati, sfruttando e soggiogando i proletari, sono coloro che causano le guerre. Dall’altra i proletari, sfruttati e sottomessi dai capitalisti, che le guerre le devono subire. E ovviamente vengono fatti convinti che le guerre sono giuste per poi essere usati dai capitalisti come “carne da cannone”.

E’ esattamente ciò che sta accadendo anche adesso in Palestina e Israele, anch’esse suddivise in classi contrastanti: proletari contro capitalisti.

Il Marxismo si pone sempre dalla parte dei proletari, palestinesi o israeliani che siano.

Che il mondo borghese affarista sia strapieno di guerre e lotte tra capitalisti, dove i più potenti sottomettono e soggiogano quelli  più deboli, è normalità nel capitalismo. Com’è normalità che in questa incessante battaglia tra briganti, capitalisti più deboli cerchino di liberarsi dalle oppressioni dei più forti, così da essere liberi nell’ottenere più profitti.  E oggi che sul pianeta tutte le nazioni sono capitaliste, le lotte e le guerre per “l’indipendenza” sono da intendersi esclusivamente e senza eccezione lotte tra capitalisti. Capitalisti che per i loro affari hanno interesse e finanziano l’indipendenza. Non certo l’indipendenza interessa i lavoratori, per i quali ciò che conta è solo un buon salario, indipendentemente da chi lo eroga.   

Così funziona la società capitalista, così ben dettagliata da Marx stesso.

La tragedia però sta nel fatto che le masse proletarie in queste catastrofi di guerre tra banditi, ne vengono trascinate, manipolate. L’informazione borghese con tattiche di notizie appositamente mirate e studiate, persuade i lavoratori che gli interessi capitalistici della nazione sono i “loro” interessi, per i quali devono sacrificarsi. E avviene la tragedia, dove proletari manipolati vengono usati, come dice Lenin,  come “carne da cannone”  per gli interessi dei ricchi. E questo sta accadendo anche oggi in Palestina, anch’essa suddivisa tra borghesi e proletari, dove briganti ricchi mandano al massacro inconsci giovani proletari convinti. E’ questa la realtà. E questo è IL MARXISMO.

Ma le organizzazioni trotzkiste, anarchiche o ribelli che sostengono la Palestina non considerano queste concretezze, ignorano questa oggettività. Genericamente sostengono i “palestinesi”, senza capire la suddivisione in classi e la lotta di classe in Palestina.

Dichiarasi perciò dalla parte della “Palestina” o di “Israele” significa non altro che dichiararsi dalla parte dei ricchi in Palestina o in Israele, che dominano e dirigono la società e manipolano la popolazione.

In pratica inconsciamente queste organizzazioni pur dichiarandosi marxiste sostengono i capitalisti, nemici dei lavoratori.

NON E’ LA POSIZIONE DEL MARXISMO !

Il Marxismo lotta per una società superiore, ed è sempre dalla parte dei proletari, mai dei capitalisti!

“Il nemico è in casa nostra!” dichiara giustamente Karl Liebchnek. Proprio così, il nemico sono i capitalisti in ogni paese, palestinesi o israeliani o

Europa che siano.

Nella lotta di classe il Marxismo  sostiene i proletari palestinesi contro i capitalisti palestinesi. Ed è dalla parte dei proletari israeliani contro i ricchi israeliani. Affinchè si organizzino e combattano, non per l’inutile e sbagliata indipendenza capitalistica, ma per abbattere con rivoluzioni definitivamente il perverso sistema borghese e arrivare alla società superiore.

QUESTA E’ LA POSIZIONE CORRETTA DEL MARXISMO!


 

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Colin Crouch:

“IL POPOLO VOTA, GLI ALTRI DECIDONO!”

ANCHE ILLUSTRI ESPONENTI DELLA BORGHESIA COMINCIANO

AD ACCORGERSI DEL  TRUCCO 

 

 

Colin Crouch: ”La post-democrazia indica una situazione dove tutte le forme della democrazia continuano a funzionare, ma sono diventate un rituale, perché le decisioni importanti sono prese altrove”.

Colin Crouch: «Le elezioni continuano a svolgersi ed a condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato,condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici».

 

Tutte conferme dell’analisi marxista.

 

“… E dovevano essere colpiti da quella particolare malattia che a partire dal 1848 ha infierito su tutto il continente, il “cretinismo parlamentare”, malattia che relega quelli che ne sono colpiti in un mondo immaginario e toglie loro ogni senso, ogni ricordo, ogni comprensione del rozzo mondo esteriore”  

Marx  “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” – 1852

 

Cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire, sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l'onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio, - guerre, rivoluzioni, costruzioni di ferrovie, colonizzazione di interi nuovi continenti, scoperta dell'oro di California, canali dell'America centrale, eserciti russi, e tutto quanto ancora può in qualsiasi modo pretendere di esercitare un'influenza sui destini dell'umanità,- non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all'importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l'attenzione dell'onorevole loro assemblea”.

Engels "Rivoluzione e controrivoluzione in Germania" 1851 – 1852

“Parlamento strumento della borghesia per il controllo sul proletariato. Astensionismo tattico”

 

La grande borghesia industriale e finanziaria, che è una piccolissima minoranza della popolazione, l’1%, ha l’enorme  problema di controllare la gran massa del proletariato, che in alcune nazioni arriva ad essere anche l’85% della popolazione attiva. Per arrivare a questo enorme controllo ha bisogno di strumenti adeguati. I media, cioè i giornali e le tv e poi le scuole, le università, il clero, ecc. svolgono egregiamente questo compito. Ma lo strumento migliore, per eccellenza, viene svolto dal Parlamento. Il parlamento serve al padronato per dare l’impressione al proletariato attraverso il voto, di poter decidere sulla conduzione della vita politica ed economica del paese, di aver un ruolo.

Il trucco, il gioco di prestigio dei ricchi nell’uso di questo strumento, consiste nel fatto di far votare il lavoratore facendolo scegliere su una vasta gamma di partiti dei quali il lavoratore conosce poco o crede di conoscere. Partiti che invece, chi direttamente chi indirettamente, nascostamente, lavorano per il padronato e fan finta di polemizzare tra di loro. Dopo il voto, per il fatto che i parlamentari rimangono in carica 4 o 5 anni e in questo periodo non possono più essere ritrattati, il lavoratore che li ha votati non è più in grado di controllarli e quindi i partiti, slegati da chi li ha votati, possono prendere qualsiasi decisione, seguendo le indicazioni e gli interessi dei ricchi imprenditori da cui direttamente o indirettamente dipendono.

Il  lavoratore che con il voto è convinto di essere stato determinante, in realtà non svolge nessun ruolo. Gli è stato buttato solo fumo sugli occhi per attirarlo in una scelta che con i suoi interessi nulla ha a che fare.”

                               Der kommunistische Kampf  – “Le nostre posizioni politiche”

 


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La posizione, che Crouch assume destando notevole scalpore tra i media e i politici della borghesia, non è niente di nuovo però per il marxismo. Per il quale il parlamento è uno degli strumenti raffinati dei capitalisti per il dominio sulle masse sfruttate. Lo è sempre stato fin dagli esordi della società borghese e sempre lo sarà finchè essa non crollerà.

Ma anche il parlamento come strumento di dominio sta perdendo credibilità, e la diminuzione costante della partecipazione alle elezioni ne sono il segno caratterizzante.

Crouch registra questa decremento di credibilità, questa sfiducia crescente nello stato borghese, e cosa propone come elemento di rimedio?

E qui subito è da precisare che Crouch non è un marxista, ma un intellettuale borghese, significa che legge i fatti in questa prospettiva limitata, anche se maniera molto realistica rispetto a tanti altri del suo mestiere. Quindi come borghese, come non marxista, non riesce ad andare alle cause della disaffezione sociale per comprenderla, per cui pensa ci siano “rimedi”, “aggiustamenti”, per far funzionare meglio il sistema capitalistico.

 

E propone un rimedio, che secondo lui può portare le masse di nuovo ad accettare, a collegarsi  al sistema: “La vera democrazia invece è più esigente, prospera quando la partecipazione delle masse è attiva sia attraverso il voto che con la discussione per concorrere alla definizione dei programmi, invece che limitarsi passivamente a rispondere a dei sondaggi”.  

Proprio così, per Crouch il rimedio per rinsaldare le masse al sistema borghese è la “PARTECIPAZIONE”. Partecipazione con discussione delle masse alle scelte dei governi.

E’ ovvio che Crouch non ha chiaro come funziona il sistema capitalistico suddiviso in classi, con interessi contrastanti e sempre in lotta tra di loro, dove una classe, la classe dei capitalisti appunto, per aumentare costantemente i propri capitali vive e prospera proprio sullo sfruttamento e la povertà della classe dei proletari, che vedono i ricchi diventare sempre più ricchi, mentre a loro è riservata la sorte di sopportare i “sacrifici” e tutte le disfunzioni della società. Crouch non ha altrettanto chiaro che in questa controversa e ingiusta società dove i capitalisti per raggiungere i propri scopi, attraverso i socialmedia e i 

politici e altro, devono far convinte le masse proletarie sfruttate che questo è giusto, e che le conseguenze, i problemi e prevaricazioni che ne derivano devono essere appunto accettate e sopportate.

Questi metodi, e cioè il convincere, il far digerire ai lavoratori tutte le porcherie della società, è un qualcosa che i capitalisti nei secoli hanno prima sperimentato, poi collaudato e infine costantemente perseguito. E naturalmente con successo.

Se poi ora le masse bistrattate cominciano ad averne le palle piene di tutte le sciocchezze che viene loro raccontato e cominciamo ad intuire che il sistema non funziona, è perverso e lavora solo per i ricchi, per cui le ingiustizie non si risolvono, le contraddizioni si ripetono e perdono progressivamente fiducia, in questa società di interessi contrastanti tutto ciò è ovviamente nella normalità delle cose. 

Perciò per i capitalisti non resta altro che proseguire nella messinscena elettorale, per loro fondamentale, e cercare di tenere la situazione sotto controllo, anche se le masse abbandonano il voto.

Nel dominio capitalista, certamente non può essere, come Crouch propone, che nel far partecipare e far discutere le persone su scelte prese dai governi, cioè prese da altri, spesso totalmente contraddittorie ed ingiuste, ciò può far riconquistare la fiducia dei lavoratori nel sistema. Visto che in queste discussioni lavoratori avrebbero interesse a proporre tutto il contrario, per es. far pagare le crisi ai ricchi, far loro pagare le tasse, diminuire i capitali, e così via.

Marx sostiene che, oggi il capitalismo, come ieri il Medio Evo, e prima la Società Schiavistica, e prima ancora il Comunismo Primitivo, sono solo “fasi” nel corso dell’umanità. E a ragione.

 

Per cui anche il Capitalismo oggi, come le precedenti forme sociali, ha avuto un inizio, ha un decorso, ed avrà una fine. La progressiva perdita di fiducia delle masse sfruttate nel sistema segna questo decorso, ne è tratto caratterizzante, così come nel Medio Evo la borghesia ascendente aveva progressivamente perso fiducia nel sistema feudale e ha cominciato a combatterle contro. Il tutto perciò inarrestabile. Nessuno può fermare la storia. 


 

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IL RIARMO TEDESCO

 

“In  5  anni  dobbiamo essere  pronti  per  la guerra”! 

E per il riarmo il governo di Berlino mette

a disposizioni 100 miliardi.

 

LA    CONCORRENZA   INTERNAZIONALE   SI   STA INTENSIFICANDO, QUINDI LE  BORGHESIE COMINCIANO

AD  ARMARSI,   PROPRIO  COME  NEL PASSATO.

 E L’INCUBO GUERRE SI  RIPRESENTA.

 

UN’ALTRA CONFERMA DELL’ANALISI MARXISTA: I CAPITALISTI SENZA LE GUERRE NON POSSONO ESISTERE.

L’imperialismo cinese che è in veloce ascesa nella scena mondiale sta diventando il concorrente più potente per le multinazionali USA e europee, che per i loro affari ne vedono il futuro pericolo. Com’è prassi perciò nel capitalismo e come il passato ci ricorda, cominciano ad armarsi per prepararsi per i futuri scontri, anche militari.

Nelle nazioni sono i presidenti e i governi che si occupano del compito RIARMO, e farlo accettare alle popolazioni. E oggi di fronte all’ascesa cinese, sono proprio i presidenti americani che spingono per il forte potenziamento militare, non solo negli USA, ma anche in Europa e in Giappone. Prima con Trump con la minaccia delle sanzioni ai governi europei se non avessero innalzato le loro quote militari nella NATO, e adesso Biden, che sta sfruttando anche la guerra in Ucraina perché gli alleati aumentino i loro armamenti, sempre in ambito Nato,.

Quindi sotto spinta USA anche l’imperialismo tedesco con il suo governo di Berlino, abbandonando la sua (di comodo) cosiddetta “posizione pacifista” si indirizza nella militärische Zeitwende (svolta militare) per un massiccio riarmo. Mandando nello sgomento tutti gli ingenui pacifisti nazionali che avevano veramente creduto al “pacifismo tedesco”.

Ironia della storia, oggi in Germania è proprio il governo “verde/sinistra” Scholz a svolgere questa funzione imperialista, dove i Verdi (Grünen Bündnis90) in campagna elettorale avevano sostenuto con forza la farsa della loro posizione “antimilitarista”, di “pace”, “benessere”. 

Con il consenso dell’83% il parlamento tedesco ha approvato lo stanziamento di 100 miliardi per il riamo militare, andando a pescare nelle sue riserve finanziarie. Una somma veramente considerevole ! (si badi: 100 miliardi per il riarmo, non per il benessere delle persone).

La stampa non ha dato però molto risalto alla Zeitwende (svolta militare) per non spaventare, allarmare la popolazione. Anche se Pistorius, ministro della difesa, afferma che il 72% della popolazione è d’accordo.

In che cosa consiste questo potenziamento militare in Germania di 100 miliardi? E’ l’articolo “Propositi tedeschi per il riarmo europeo” apparso su Lotta Comunista il dicembre 2023 che ci riporta i dati: “Si tratta di uno scudo antimissile che si appoggia sul sistema IRIS-T SLM tedesco, sul Patriot americano e sull’Arrow-3 israeliano”… “Rheinmetall  ha presentato il nuovo carro armato Panther KF51”, e … “la Luftwaffe sta comprando i caccia americani F 35”. In pratica, un potenziamento in tutti i settori militari.

“Un’altra particolarità della Bundeswehr [esercito tedesco – ndr]” prosegue l’articolo “consiste nella presenza di tre corposi servizi autonomi: l’SKB (Streitkräftebasis) che si occupa di manutenzione e logistica con un personale di 22.000 uomini; il servizio centrale sanitario (ZSanDstBW) con 20.000 fra medici e infermieri; e il CIR (Cyber- und Informationraum) con 17.000 militari che lavorano alla sicurezza e digitalizzazione delle forze armate”.

L’articolo di Lotta Comunista cita poi la futura formazione di 3 nuove divisioni in Europa in cui anche i tedeschi ne faranno parte: “La ‘Decima Panzerdivision’ comprenderà la brigata meccanizzata olandese, quella franco-tedesca e una della Repubblica Ceca. La ‘Prima Panzerdivision’ aggregherà un’altra brigata olandese. La ‘DSK’ (Division Schnelle Kräfte) sarà aviotrasportata, comprenderà una brigata rumena e il battaglione logistico anfibio tedesco-britannico. Die converso il ‘Seebataillon’, l’unico reggimento marittimo tedesco, opera a bordo della nave anfibia olandese Karel Dorman”. Il tutto, ribadiamo noi, avverrà sotto rigida conduzione NATO, dove Washington ne detiene il comando.

Il RIARMO TEDESCO quindi è avviato, non c’è dubbio e procederà senza interruzione.

In questo riarmo, molto interessante e da sottolineare, è la posizione assunta oggi da Joschka Fischer dei Grünen Bündnis90 (i Verdi), ex ministro degli esteri nei governi Schröder (1998-2005): “la UE ha bisogno di un proprio deterrente 

atomico afferma. Interessante perché la posizione negli anni ’90 dei Verdi (Grünen Bündnis90) e soprattutto di Joschka Fischer era decisamente e fermamente pacifista “contro le guerre”, “contro il riarmo”, e soprattutto “contro le centrali atomiche”. Posizioni che nel 1998 entrando nel governo del socialdemocratico Schröder hanno subito rinnegato sostenendo l’intervento militare contro la Jugoslavia con relativo aumento dell’armamento tedesco (esattamente come oggi, dopo essersi in campagna elettorale dichiarati “pacifisti”, sostengono nel governo del socialdemocratico Scholz la guerra in Ucraina e il riarmo militare). Con l’aggiunta che ora Joschka Fischer vuole anche il “riarmo atomico” tedesco! (da precisare: senza che gli altri dirigenti dei ‘Grünen Bündnis90’ lo smentiscano o contrarino) … e la farsa politica prosegue.

“Le guerre sono parte integrante del capitalismo” scriviamo ripetutamente nei nostri articoli. E’ proprio così, e la realtà è lì a confermarlo tutti i giorni.

 

 

 

Qual è la vostra posizione riguardo la guerra?

 

 

Guerre: frutto del capitalismo.

 

Gli affari sono sempre in movimento, sono sempre alla ricerca del massimo guadagno in un ciclo continuo che non si ferma mai.

Ma il mondo della concorrenza è fatta in un modo che, ad un certo punto, il mercato diventi così saturo di offerta di merci da vendere che le vendite diminuiscono sensibilmente, i guadagni crollano e le perdite finanziarie per i  capitalisti diventano notevoli.

E’ in queste circostanze che si creano le basi oggettive dove gli affaristi, i ricchi, cominciano seriamente, veramente a pensare che è ora di abbattere i concorrenti, anche fisicamente. E si mettono in moto e organizzano militarmente i loro stati per farlo. 

Ed ecco che nel ciclo perverso capitalistico, periodi pacifici dove la vendita delle merci poteva trovare il suo profitto senza tanti problemi si trasformano in un periodo di guerra dove i ricchi per poter continuare a guadagnare ritengono dover  distruggere i concorrenti con la loro parte di mercato.

Nel perverso sistema capitalistico, periodi di pace si alternano a periodo di guerra e viceversa con estrema naturalezza,  finchè una società superiore non lo sostituirà.

Ma il mondo degli affari non crea solo catastrofi immani dovute a crisi di sovrapproduzione generali, come già due guerre mondiali stanno a testimoniare. In periodi cosiddetti di “pace”, le lotte per “le sfere di influenza”, cioè la lotta tra i predoni imperialisti nel pianeta per crearsi ogn’uno la propria “area” di stati dove condurre i propri affari, è causa continua di guerre locali. 

In queste situazioni  le più grandi e potenti borghesie imperialiste del pianeta cercano di rubarsi l’un l’altra, anche militarmente, le nazioni periferiche, sfruttando, senza il minimo scrupolo, i contrasti religiosi, etnici, politici. Naturalmente le guerre piccole e medie che ne scaturiscono e che vengono  in continuazione rinfocolate sono causa di centinaia di migliaia di vittime, distruzioni, fame, povertà e enormi migrazioni.

(da “Le nostre posizioni politiche”)

 

 

 

Qual è la vostra soluzione

per le guerre?

 

Contro la guerra: rivoluzione!

 

La guerra è parte integrante del capitalismo, un fattore ineliminabile in questo sistema basato sugli affari e che nulla a che fare con l’egoismo o la cattiveria delle persone. “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” afferma il generale della nascente borghesia dell’800 Klaus von Clausewitz.

Per eliminare la guerra bisogna eliminare il capitalismo, non c’è altro da fare!

A nulla sono servite nella storia le oceaniche marce, con milioni di partecipanti, contro la guerra, per la pace, che dall’inizio dell’800 fino ad adesso si sono succedute.

Solo un fatto eccezionale nella storia è riuscito a fermare la guerra: la rivoluzione bolscevica del ’17.

Lo giorno stesso che i bolscevichi rivoluzionari sono giunti al potere hanno fermato la guerra.

Ma per ottenere questo hanno dovuto fare una rivoluzione!

Quindi la strada è segnata: CONTRO LA GUERRA RIVOLUZIONE!

Il resto sono solo inutili ciance.

 

(da “Le nostre posizioni politiche”)

 


 

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ALLEGATO

LA STAMPA UFFICIALE RIPORTA CHE NELL’EX DDR E UNIONE SOVIETICA ESISTEVA IL “SOCIALISMO” DI MARX. PER I MARXISTI NON E’ COSI’, E UN IMBROGLIO. PER MEGLIO CHIARIRE RIPORTIAMO IL NOSTRO ARTICOLO DELL’OTTOBRE 2016.

 

 

Punti fermi della scienza marxista

Proseguiamo con l’approfondimento sul falso socialismo,

cioè il capitalismo di stato travestito da “socialismo”

 

1991: CROLLO ex URSS e paesi satelliti:

NESSUN CROLLO DEL SOCIALISMO,

MA CROLLO DI NAZIONI BORGHESI A CAPITALISMO DI STATO

cioè nazioni in cui gli affari capitalistici venivano condotti da partiti anziché da imprenditori privati

 

Il crollo dell’Urss, dell’ex DDR ecc. è stata l’occasione per il padronato, nemico acerrimo del comunismo e aspramente contro l’emancipazione politica dei lavoratori, per gridare al crollo del comunismo. Un’occasione irripetibile per la borghesia per gridare come il comunismo sia irrealizzabile, un’utopia, solo un sogno, come i fatti concreti dimostrino che un tale tipo di società non può reggere.

Dire che nell’ex Urss e nei suoi paesi satelliti esisteva il comunismo era però una mistificazione, come è una mistificazione dire adesso che in Cina, Cuba, Nord Corea esiste il comunismo. 

In Europa e in giro per il mondo esistono decine e decine di migliaia di attivisti marxisti, operai, impiegati, studenti, casalinghe, pensionati, (che mai appaiono in tv o sui giornali) che come persone specializzate in politica e questioni sociali, spiegano concretamente perché  paesi che si definiscono “comunisti”, come la Cina, Cuba, ecc (e nel passato l’Urss, la DDr  ecc.) comunisti  proprio non lo sono. Come siano paesi capitalistici, a capitalismo di stato, dove, anziché gli imprenditori privati, è un partito (che impropriamente si definisce “comunista”) che conduce gli affari capitalistici. Spiegano come questi paesi, con il comunismo non abbiano niente a che spartire, visto che sul loro territorio i prodotti vengono commercializzati e venduti per trarne un guadagno come in un qualsiasi paese “capitalista occidentale”. E chiariscono, che se in questi paesi esistesse veramente il socialismo o comunismo, come loro vorrebbero far credere, i prodotti verrebbero suddivisi equamente tra la popolazione, cosa che nei paesi citati assolutamente non avviene.  

Il Capitalismo di Stato (o gli affari capitalistici condotti da un partito) è una delle varie forme di stato (sovrastrutture, per dirla con Marx) che caratterizzano la società capitalistica, esattamente come lo è la Democrazia o il Fascismo.

 

Questo spiegano le decine di migliaia di operai marxisti, impiegati, studenti, pensionati, che come detto, mai appaiono in tv, ne sui media. 

E chiariscono che l’ex Urss, l’ex DDr, ecc. come paesi capitalistici qual’erano, erano di conseguenza, come qualsiasi altro paese capitalista, sottoposti alla dura legge della concorrenza. E la terribile concorrenza impone avere fabbriche sempre competitive sul mercato, impone ristrutturazioni, impone aver sempre macchinari nuovi e sofisticati all’altezza della situazione. ALTRIMENTI SI SOCCOMBE!

Ma i partiti burocratici borghesi non “comunisti” al potere nell’ex Urss, ex DDr, ecc. che gestivano l’economia capitalistica non avevano fatto tutto questo, non avevano rinnovato ne l’economia ne la finanza, ne tantomeno ristrutturato le fabbriche e la naturale conseguenza è stata perciò l’inevitabile invecchiamento delle fabbriche, per poi  diventare obsolete, quindi  da non poter più reggere la concorrenza del terribile mercato, e  poi l’inevitabile crollo.   

Stranamente dai giornalisti e dai politici, dagli intellettuali e dai professori, ecc. che vengono ritenuti grandi esperti in politica, economia e socialità, non si sente mai una parola su tutto questo! Ignorano completamente questa realtà! E poi, mai e poi mai citano i criteri concreti, realistici di distinzione tra socialismo e capitalismo, continuando ad affermare falsamente che nell’ex Urss, ex DDr, ecc. esisteva  il “comunismo”, diffondendo anche concetti errati su cosa sia il socialismo.

E’ chiaro! La borghesia, il padronato, i ricchi con a seguito tutti i loro sostenitori, non hanno interesse che i lavoratori sfruttati si emancipino e prendano coscienza. Non hanno interesse che vengano a capire come funziona veramente il sistema con il suo continuo sfruttamento e  le sue enormi contraddizioni. Perché se i lavoratori prendono coscienza, al primo grosso problema sociale potrebbero rivoltarsi, ribellarsi contro il sistema e lottare per una società diversa.

Perciò per il padronato è importante, per mantenere il dominio, che le notizie che i media diffondono siano di comodo al sistema. Notizie  che spesso con la vera verità poco hanno a che fare.

 

“Der kommunistische Kampf” – ottobre  2016

 


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ALLEGATO  da  “Der kommunistische Kampf“ - aprile 2017

 

PERCHE’ SIAMO LENINISTI

E NON STALINISTI

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IN RUSSIA DOPO LA RIVOLUZIONE DEL ’17:

LENIN  PARLA  DI   CAPITALISMO  DI  STATO

MENTRE STALIN DI SOCIALISMO. PERCHE’? 

DOVE STA LA DIFFERENZA? 

E CHI HA LA GIUSTA VISIONE?

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Dopo la rivoluzione di ottobre, Lenin afferma che nella Russia i bolscevichi assieme al proletariato rivoluzionario al potere stanno conducendo una economia non “socialista”, ma a “capitalismo di stato”.

 

 

Lenin: Il nostro capitalismo di Stato si differenzia assai sostanzialmente dal capitalismo di Stato dei paesi che hanno governi borghesi, proprio perché da noi lo Stato non è rappresentato dalla borghesia, ma dal proletariato, che ha saputo conquistarsi la piena fiducia dei contadini ”

Lenin  “Lettera alla colonia russa nel nord America”    novembre 1922

 

 

    Perché Lenin afferma questo?

 

 

Lenin: “Comunismo possibile solo dopo rivoluzione internazionale”

“Quando abbiamo iniziato a suo tempo la rivoluzione internazionale, lo abbiamo fatto non perché fossimo convinti di poter anticipare lo sviluppo, ma perché tutta una serie di circostanze ci spingeva ad iniziarla. Pensavamo: o la rivoluzione internazionale ci verrà in aiuto e allora la nostra vittoria sarà pienamente garantita, o  faremo il nostro modesto lavoro rivoluzionario, consapevoli che, in caso di sconfitta, avremo giovato alla causa della rivoluzione e la nostra esperienza andrà a vantaggio di altre rivoluzioni.

Era chiaro per noi, che senza l’appoggio della rivoluzione mondiale la vittoria della rivoluzione proletaria era impossibile. Già prima della rivoluzione e anche dopo di essa pensavamo:  o la rivoluzione scoppierà subito, o almeno molto presto negli altri paesi capitalistici più sviluppati, oppure, nel caso contrario, dovremo soccombere.”

                                                                                                                     Lenin   1921              

 

L’obbiettivo finale della rivoluzione e del proletariato russo quindi, come chiaramente espresso da Lenin, non era certo il “capitalismo di stato” vigente in quel momento rivoluzionario, che era solo una fase, un momento di passaggio, di transizione inevitabile. L’obbiettivo finale  esplicitamente dichiarato è:  “La rivoluzione internazionale!”.

Perché secondo Lenin, solo la rivoluzione internazionale può portare a quella società superiore, cioè al socialismo.

 

 

Lenin: «L’espressione ‘Repubblica sovietica socialista’ significa decisione del potere sovietico di attuare il passaggio al socialismo, ma ciò non significa affatto riconoscere che l’attuale sistema economico è socialista»                  

                                                                                   Lenin in “Sull’imposta in natura”, 1921

 

 

Lenin: Non si è trovato un solo comunista, mi pare, il quale abbia negato che l’espressione ‘Repubblica socialista sovietica’ significa decisione del potere sovietico di attuare il passaggio al socialismo (attraverso il capitalismo di Stato, “anello intermedio fra piccola produzione e socialismo”) ma non significa affatto che l’attuale sistema economico sia socialista”. 

                                                                                                          Lenin. discorso alla NEP, 1920

 

 

Lenin ripeterà un’infinità di volte, fino alla noia il concetto che il “capitalismo di Stato” rivoluzionario russo non significa “socialismo”.

La rivoluzione russa è quindi nella politica leninista – bolscevica e del proletariato russo solo l’inizio di tutta una serie di rivoluzioni.

 

  Stalin però non è di questo parere.

 

 

Stalin: “Teoria del socialismo in un paese solo”

«Prima si considerava impossibile la vittoria della rivoluzione in un solo paese, perché si riteneva che per vincere la borghesia fosse necessaria l’azione comune del proletariato di tutti i paesi avanzati o almeno della maggior parte di essi. Oggi questo punto di vista non corrisponde più alla realtà. Oggi bisogna ammettere la possibilità di una tale vittoria [del socialismo in un solo paese, n.d.r.] perché il carattere ineguale, a sbalzi, dello sviluppo dei diversi paesi capitalistici nel periodo dell’imperialismo, lo sviluppo delle catastrofiche contraddizioni interne dell’imperialismo che generano delle guerre inevitabili, lo sviluppo del movimento rivoluzionario in tutti i paesi del mondo, tutto ciò determina non solo la possibilità, ma l’inevitabilità della vittoria del proletariato in singoli paesi. »

                                                                                  Stalin   1925   

                                            

 

 

Per Stalin dunque, al contrario di Lenin, il “socialismo in un paese solo” diventa possibile.

Stalin applica una svolta, un radicale cambio di politica improvviso. Come mai questa differenza rispetto a Lenin e, in sostanza, rispetto a Marx?

A questo punto ci si pone il problema di chiedersi che cos’è allora “il socialismo”.

Il concetto universalmente riconosciuto di socialismo (o comunismo) è che è un tipo di società dove: “da ogn’uno secondo le sue capacità, ad ogn’uno secondo le sue necessità” e questo è possibile solo se i prodotti in quel tipo di società non vengono più venduti, commerciati per trarne un guadagno, ma vengono suddivisi tra la popolazione per il benessere comune. Di conseguenza spariscono le classi sociali, sparisce lo sfruttamento, il guadagno, le banche, la concorrenza, ecc.

Ma dopo la rivoluzione russa dell’ottobre, nel tipo di società che i bolscevichi e il proletariato rivoluzionario russo si trovavano a gestire, è noto che i prodotti venivano ancora venduti, commercializzati e non venivano suddivisi tra la popolazione. Di conseguenza continuava a rimanere il proletariato anche se gestiva le fabbriche, la concorrenza, il guadagno, le banche, i sindacati, ecc.

Tutto questo era inevitabile perché l’economia in un singolo paese (o più paesi assieme) è parte di un mercato globale dove per produrre un singolo prodotto, gli elementi che compongono il prodotto (materie prime, macchinari per produrla, pezzi vari, tecnologie, ecc) provengono da un’infinità di nazioni che intercommerciando tra di loro in un continuo vendere-comperare, permettono all’economia di proseguire. La mancanza di parte di questi elementi inevitabilmente, com’è logico che sia,  blocca la produzione non “autosufficiente”  della singola nazione, che di conseguenza velocemente si indirizza verso la rovina, con relative reazioni sociali che ben si possono immaginare.   

Queste elementari basi economiche erano del tutto note ai capi bolscevichi e a Lenin, che infatti ripetutamente precisa “ciò non significa affatto riconoscere che l’attuale sistema economico è socialista» .

In questa consapevolezza diventa perciò chiaro il perchè del “Comunismo possibile solo dopo rivoluzione internazionale” . La “Rivoluzione internazionale”  diventa quindi la necessità che permette al mercato di diventare così esteso da essere completamente autonomo nella produzione dei beni.

Stalin quando afferma “Oggi bisogna ammettere la possibilità di una tale vittoria” (cioè del “socialismo in un singolo paese”) tace volutamente cosa significhi realmente socialismo nelle sue basi economiche.

E naturalmente tace anche di proposito dell’esistenza di una “fase transitoria” inevitabile a “capitalismo di stato”, come ripetutamente afferma Lenin, come prima fase per poi proseguire verso la “Rivoluzione internazionale” e quindi al socialismo.

A questo punto diventa chiaro che Stalin approfitta del “capitalismo di stato”, cioè della statalizzazione dell’economia raggiunta dai bolscevichi  e dal proletariato russo attraverso la Rivoluzione, per elaborare la sua tesi che questa statalizzazione improvvisamente diventa “il Socialismo” ,  anche se tutte le leggi economiche operavano capitalisticamente.

Anche il fatto che il proletariato russo rivoluzionario fosse al potere viene astutamente usato da Stalin per sostenere che anche per questo motivo si era già in regime  di “socialismo”. Fondamentale per Stalin era tener nascosto che operavano ancora le leggi capitalistiche.

La “rivoluzione internazionale” perseguita dai bolscevichi e da Lenin diventa quindi, nel concetto staliniano, superflua, non più lo scopo finale. E sparisce di conseguenza anche l’obbiettivo di socialismo come suddivisione dei prodotti per il bene comune.

Stalin, per poter poi imporre queste sue tesi, questo suo inganno, dovrà arrivare ad eliminare, anche fisicamente, quasi tutti i capi bolscevichi, veri comunisti, che naturalmente erano a lui contrari. 

Si può quindi tranquillamente affermare, che se l’economia russa sotto Stalin non era socialista,( e non lo era,) ma capitalista, questa economia avrebbe subìto, come logica, tutte le contraddizioni di una qualsiasi altra economia capitalista.

E infatti questo è quello che è avvenuto. 

Stalin, nella lotta di concorrenza capitalistica per allargare la sua sfera di influenza, (come qualsiasi borghese imperialista) si alleerà nel 1938 con l’odiato  nemico nazista Hitler per conquistare e poi spartirsi la Polonia perpetrando massacri inauditi. Poi quando nel (‘41 ?) Hitler gli invade la Russia, Stalin si alleerà con gli odiati imperialisti occidentali Gran Bretagna e Usa, prima sempre ripudiati ed etichettati come briganti e banditi, per poi a guerra vinta, assieme a loro spartirsi imperialisticamente sia la Germania sconfitta, che il resto dell’est Europa.  In questa sua politica nazionalista imperialista, Stalin e la sua cricca continueranno a farsi chiamare “comunisti”, “compagni”, a mantenere la terminologia marxista, in modo da preservare la fiducia  dei lavoratori.

Altri partiti nazionalisti  più tardi, per cogliere la fiducia delle masse, si definiranno “comunisti”,  seguendo l’esempio stalinista del  capitalismo di stato nel cosiddetto “socialismo in singolo paese”. Stiamo parlando di Mao Ze Dong che in Cina nel (?) porterà a termine la rivoluzione borghese contadina.  L’economia borghese  condurrà la Cina  in uno sviluppo capitalistico vertiginoso di durata più che decennale, portando  il paese a diventare una delle potenze imperialistiche più forti al mondo qual è attualmente. Anche la rivoluzione a Cuba sarà di marchio stalinista con nulla a che vedere  con il comunismo.

Subito dopo la rivoluzione del ’17 Lenin afferma che “o la rivoluzione [ negli altri paesi - n.d.r.] scoppierà subito (…) oppure nel caso contrario dovremmo soccombere”. Certo Lenin non poteva sapere, ne immaginare, che proprio lo stalinismo sarà la forma politica controrivoluzionaria che farà “soccombere” la rivoluzione russa. Sarà proprio lo stalinismo l’agente controrivoluzionario che farà scomparire l’obbiettivo della “rivoluzione internazionale” come mezzo per arrivare al socialismo e dichiarerà la statalizzazione  delle imprese in regime capitalistico come “socialismo”.  Sarà proprio lo stalinismo che trasformerà la politica internazionalista rivoluzionaria in politica borghese nazionalista, con l’ unico scopo di portare profitti alle imprese statali russe.


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